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1.3.1 La politica linguistica in Francia

Se consideriamo il panorama europeo, la Francia è uno dei pochi paesi ad avere adottato, fin dagli anni ’50, una politica linguistica esplicita. La “minaccia” crescente della lingua inglese ha infatti portato lo Stato francese ad adottare una serie di misure mirate a promuovere il francese come lingua di comunicazione internazionale, in particolare in campo scientifico e tecnico.
Superato il periodo della ricostruzione, la Francia degli anni ’60 è un paese che ritrova la propria indipendenza economica e vuole riaffermare la propria grandezza sulla cena internazionale. In questo scenario, la lingua francese viene vista come uno strumento in grado di riportare il paese all’antico ruolo di prestigio sulla scena mondiale. Parte dell’élite culturale e politica del paese comincia a chiedere a gran voce un intervento da parte dello Stato, che arriva nel 1966 con la creazione dell’Haut Comité pour la défense et l’expansion de la langue française, presieduto dal Primo Ministro Georges Pompidou. L’obiettivo principale di questo organismo è quello di difendere la purezza della lingua francese, evitandone la degradazione e l’imbarbarimento.
Inoltre, a partire dagli anni ’70 nascono le diverse Commissions Ministérielles de terminologie (CMT), i principali strumenti della politica terminologica francese. Il loro obiettivo è quello di proporre nuovi termini che vadano a sostituire i prestiti da lingue straniere, soprattutto dall’inglese. Inizialmente, l’uso dei termini proposti dalle CMT era obbligatorio per tutti i documenti dello Stato e diretti allo Stato, oltre ad esserlo nelle scuole e in tutti gli uffici della Pubblica amministrazione.
Questa concezione dirigista della politica linguistica solleva molte polemiche in Francia, tanto che il Primo Ministro e Presidente dell’Haut Comité Jacques Chirac propone, nella prima metà degli anni ‘70, una nuova politica basata sull’importanza della funzione sociale della lingua all’interno del paese. Questa nuova concezione viene accolta in una legge del 1975, la “Legge Bas-Lauriol”, che rende obbligatorio l’uso di termini francesi nelle comunicazioni audiovisive, nei contratti e nelle offerte di lavoro, nonché nei contratti pubblici. L’obiettivo di questa legge è di venire incontro alle necessità dei cittadini e di evitare l’impiego della terminologia straniera in quei campi in cui una mancata comprensione può generare gravi problemi.
Purtroppo, alcune delle misure proposte dalle legge Bas-Lauriol risultano di difficile applicazione, e per questo, fin dall’inizio degli anni ’80, molti ne chiedono una revisione. Così, nel giugno 1993, Jacques Toubon, Ministro della Cultura e della Francofonia, presenta un progetto di legge che segna in qualche misura un passo indietro nella politica linguistica francese, un ritorno alla difesa della lingua in un’ottica nazionalista. Si torna a parlare di minaccia dell’inglese e si ricorre a misure coercitive, come l’obbligo per i parlamentari di usare termini francesi approvati dalle CMT durante le riunioni delle Camere.
Tuttavia, nel 1994, il Consiglio costituzionale dichiara incostituzionali le disposizioni che rendono obbligatorio l’uso dei termini “ufficiali” per tutti i cittadini, sottolineando che ognuno è libero di usare le parole che considera più appropriate per esprimere il proprio pensiero, siano esse vocaboli stranieri, regionali o popolari.
Oggi le CMT continuano a elaborare e coordinare le terminologie ma il loro ruolo è essenzialmente propositivo.

Per citare questo articolo: Veronica Carioni, 1.3.1 La politica linguistica in Francia, Breve introduzione alla terminologia, http://farum.it/intro_terminologia/ezine_articles.php?id=11